Democrazia: ovvero non ti fidare di nessuno.
post pubblicato in
Diario, il 28 dicembre 2010
Confesso di essere diventato un
lettore disattento, stanco di fiumi di parole che non approdano da nessuna
parte, annoiato da accuse e repliche da pollaio. Potrei, forse, esprimere di
conseguenza delle riflessioni incomplete ed un po’ approssimate. Il mio impegno
quotidiano è oramai rivolto principalmente ad arrivare alla fine del mese e
cercare, con un "doppio lavoro", di non finire a dormire sotto i ponti.
Ma, ci sono alcune cose sulle quali
porre l’attenzione.Sono presenti, in rete, buone volontà,
tanti bei presupposti, ottime intenzioni che, però, tendono più a confliggere
tra di loro che creare una direzione di marcia compatta e forte rendendo difficile
il potenziale mutamento.
Non perdo ovviamente tempo a
considerare i giochetti di maggioranze mobili, volubili, sulle quali si cerca
di costruire governicchi con riciclati e riciclabili d’ogni sorta mascherati da
sigle diverse dove l’unico collante è il deretano su di una poltrona. Nemmeno,
vale più la pena di dedicare tempo, energie e speranze per un PD che esprime il
“futuro” mediante personaggi cotti e stracotti, fallimentari da 15 anni a
questa parte.
Il vero problema è l’alternativa a
questo deserto di idee, di progetto di personaggi credibili e presentabili.
Politicamente ci sono tre elementi
che hanno conquistato spazio nel cuore e nelle speranze di quella parte di
cittadini che non si arrende allo stato delle cose e desidera con forza e
tenacia vivere in un paese “nomale”: M5S, IDV, SEL. A parte, il movimento
viola, che opera in modo indipendente e con scelte trasversali, i veri soggetti
politici, a tutti gli effetti, sono i primi tre.
Che cosa hanno in comune? Tutto e niente, si potrebbe dire: certamente
volontà e desiderio di cambiare, alcune idee, forti leadership per gli ultimi
due, una non-leadership per la prima.
Vendola non mi fa impazzire, Di Pietro
e Grillo sono persone che stimo, che invece mi fanno sovente incazzare.
Condividono certamente una base
di simpatizzanti che crede, e si illude, di parteggiare per la parte migliore
del paese e che tutti gli altri contano o valgono poco.
Questo rafforza,nominalmente, le
posizioni dei Leaders, o non Leader, ma non crea o costruisce fronti e progetti
comuni.
Questa base di simpatizzanti/elettori rappresenta, in
crescendo, diversi gradi di diffidenza e repulsione verso il “sistema Italia”,
sino a giungere alla negazione stessa di “partito” da parte del M5S. Purtroppo
questa diffidenza è ben poco utile alla costruzione di un progetto comune. Su
FaceBook si possono leggere “interessanti” baruffe e scambi di accuse tra i
simpatizzanti dei diversi fronti, dove primeggiano argomentazioni ideologiche più che politiche.
La responsabilità, quindi, si fa
comune tra la base e la “dirigenza” di questi partiti o movimenti che dir si
voglia.
Prendiamo per esempio il caso di
queste ore, questa specie di “bufera” che si abbatte su IDV, in seguito alla
lettera di De Magistris, Alfano e Cavalli.
In realtà era solo questione di
tempo prima che ciò avvenisse. Gli elettori che hanno sostenuto De Magistris ed
Alfano alle europee hanno avuto certamente nel cuore il desiderio che questo
servisse non solo a presentare due ottime persone in Europa, ma anche a creare
delle condizioni diverse nella gestione di IDV tali da renderlo un punto di
riferimento forte per la coalizione di sinistra. Quest’aspettativa continua ad
essere osteggiata e delusa. IDV non soffre certo di “questioni morali” come gli
altri partiti ma le innumerevoli note stonate nella gestione locale del
partito, a volte a livello tipicamente familistico, ne impediscono la crescita
potenziale che potrebbe avere. I casi dei “venduti” sono certamente fatti
“marginali”, ma non possono essere più sottovalutati. Di Pietro ha compiuto una
grand’opera costruendo un partito dal nulla ma è tempo di decidere se questo
partito deve continuare ad essere una nicchia oppure un importante riferimento
dentro una coalizione.
L’altro caso è quello del M5S. Qui
la questione non sono le poltrone ma diaspore interne che nascono qui e là
sull’interpretazione da dare ai principi cui il movimento si ispira. Un
movimento che nasce dalla rete, basato su molti presupposti di malcontento e di
rifiuto dell’esistente. La leadership è bandita, nella forma; nella sostanza,
esiste, giustamente, il riferimento di Beppe Grillo che mette nome e faccia a
disposizione dei generosi “attivisti” e quindi si riserva di “certificare” le liste che si propongono.
Il movimento è fluido, e, come tutte
le cose fluide, rischia di disperdersi se non inserito in un contenitore ed in
un contesto. Il rifiuto di certi strumenti che sono “tipici” di
un’organizzazione politica comporta il rischio che, come suol dirsi, si butta
via il bambino insieme all’acqua sporca. Accade così che l’imprecisione, o la
genericità, di alcuni “principi”, molto belli se declamati come slogan,
comporta, nella realtà, delle manovre che nulla hanno da invidiare alla
partitocrazia corrente.
Purtroppo anche a Torino si è
consumata una divisione. E si è consumata nel peggiore dei modi, per quello che
mi riguarda, ovvero ponendo in difetto il movimento stesso nei confronti
dell’elettorato.E’ accaduto così che il principio
delle “primarie” e dell’uno vale uno, è stato messo in soffitta adducendo
questioni di urgenza e di presunta ostilità da parte di alcuni “attivisti” del
movimento.
Temo che nemmeno Grillo si sia reso
ben conto della gravità di questi fatti. Non volere una leadership è una cosa,
ma avere dei centri di “potere decisionale” che sono costituiti occasionalmente
e segretamente, senza condivisione con la base dei simpatizzanti, ed alcuna
giustificazione statutaria, non mi sembra un bel cambiamento. Certamente per un certo numero di
simpatizzanti fideistici del movimento va bene così; in realtà queste sono le
premesse per una sconfitta politica: ovvero ridurre anche il M5S ad una nicchia
per coloro che si illudono che incazzandosi con tutto e tutti e dicendo peste e
corna di tutti gli altri si costruisca alternativa politica.
Per quanto riguarda Vendola ho poco
da dire, al momento: ogni volta che lo sento mi viene il mal di stomaco per il
linguaggio retorico che utilizza, anche se mascherato da terminologie
“innovative” e mi sembra molto concentrato nel considerare il proprio ombelico
il centro del mondo. Spero di sbagliarmi.
A questo punto credo il quadro parrà
piuttosto desolante… in effetti, lo è. Se così non fosse, il berlusconismo non
sarebbe un fenomeno così dilagante.
Il rimedio? Penso, con presunzione
se volete, che questo paese abbia, in primo luogo, bisogno di un elettorato
meno fideistico e più umile; che la smetta di cercare un Gesù Cristo che gli
risolva tutti i problemi e che accetti la condivisione delle idee e dei
progetti con altri. Che non pensi a coltivare il proprio orticello ma abbia
immaginazione per costruire un parco grande dove ciascuno porta i propri fiori
e li pianta nel terreno per condividerne la bellezza con tutti. Questo riguarda soprattutto gli
“attivisti” dei vari movimenti/partiti che si sentono gli unici depositari di
verità rivelate e certificate.
La politica è fatta da persone, la
sua bontà dipende dal valore di esse. Ma se continuiamo ad accontentarci di
orticelli e ci sentiamo appagati pensando che il nostro orticello è il più
bello perché quello degli altri fa schifo … avremo come risposta sempre piccoli
leader e mediocri politici che ci daranno in pastura le piccole mediocrità di
cui ci accontentiamo.
State
preoccupati.